Ancora un giorno

Ancora un giorno
a colorare l’animo bambino,
ancora un tentativo
di tornare piccolino,
ancora una volta
un muro di niente,
parole vuote
per senili demenze.

Tutta la magia è perduta
con rammarico,
niente ha più senso,
rimangono parole dette,
colori accesi,
passati da incorniciare,
sia mai che col tempo
varranno qualcosa.

Tengo la mano al bambino
per accompagnarlo al declino
ed è la cosa che fa più male
conoscerne il destino.

18 giugno 2021

Spiriti

Vorrei sedermi a tavola
con tutti voi,

un tavolino circolare
come quello di Re Artù,

ed evocarvi uno ad uno
per accogliervi al mio desco,

e tutti insieme passare la notte
al confine sospesi tra la vita e la morte.

A ritroso nel tempo fare l’appello
ed abbracciarvi uno ad uno,

nonni, bisnonni, avi,
antenati tutti mai conosciuti.

Se io sono qui voi ne siete responsabili,
nel bene e nel male,
avanti, sedete,
facciamoci questo pranzo in famiglia.

09 dicembre 2018

In zona di guerra

Rieccomi a parlare dei bisnonni con questo terzo post che è il seguito di quanto scritto nei due precedenti: Una donna d’altri tempi e Ida.

Tagliacarte ricavato da una scheggia di bomba

Mio bisnonno, Carlo, il 9 ottobre 1911 partì da Palermo per la Tripolitania (parte dell’odierna Libia) per la guerra Italo-Turca col grado di Tenente nell’8 regg. bersaglieri.

Rimase in Tripolitania fino al 5 dicembre 1916, quando partì da Homs per fare ritorno in Italia con il grado di Capitano nel 50°reggimento fanteria.
Sbarcò a Napoli il 10 dicembre ed il giorno 16 rientrò al Deposito Fanteria di Como.

Aveva passato ben cinque anni in Africa, periodo durante il quale era iniziata e finita la guerra Italo-Turca, anche se non fu mai raggiunta una vera pace. Sicuramente, dopo le battaglie iniziali, ebbe anche modo di rilassarsi e godersi un po’ di tranquillità. La moglie lo raggiunse e rimase un bel po’ di tempo con lui.
In Italia nel frattempo era cominciata la Grande Guerra che polarizzò tutta l’attenzione degli italiani, e quelli andati in Africa furono un po’ dimenticati.

Il Capitano Carlo una volta rientrato in Italia non riuscì nemmeno a passare da Firenze per fare una breve sosta a casa. Era stato assegnato al 206°reggimento fanteria che raggiunse, in territorio dichiarato in stato di guerra, il 25 dicembre 1916.
Più esattamente, venne assegnato al 206°reggimento fanteria, al comando del I° battaglione in sostituzione del precedente comandante caduto sul campo il 3 dicembre 1916. A sua volta il 206°rgt.faceva parte della Brigata Lambro, insieme al 205°rgt.

Nel 1917 Carlo verrà promosso Maggiore, anche se sarà una promozione provvisoria effettuata dal Comando del V° Corpo d’Armata, ma confermata nel 1920.

Cartolina scritta da Carlo alla moglie il 18 marzo 1917

Curiosità, tanto per capire ogni quanto si avvicendavano i comandanti di battaglione, nell’anno 1916 relativamente al 1°battaglione, ci sono stati cinque comandanti:
il primo rimasto in carica 7 mesi, da gennaio ad agosto: caduto sul campo;
il secondo 18 giorni, da agosto a settembre: sostituito;
il terzo 28 giorni, da settembre a ottobre: sostituito;
il quarto due mesi precisi, da ottobre a dicembre: caduto sul campo;
il quinto è Carlo, poco più di 8 mesi, dal dicembre 1916 al settembre 1917: ferito.

Ovviamente non so niente del periodo da lui trascorso a combattere sul confine contro gli austro-ungarici. Gli unici indizi della zona in cui era stato destinato giungono dalle motivazioni per il conferimento di due medaglie al Valor Militare.

Medaglia di bronzo al valor militare al Maggiore 206°Reggimento Fanteria per:
Comandante di battaglione, in situazione molto difficile, animato da alto spirito di sacrificio e con salda disciplina seppe mantenere importanti posizioni, resistendo per vari giorni, sotto violento bombardamento, a furiosi attacchi nemici.
S.Marco Gorizia-Casa Diruta, 14-17 maggio 1917.

Siamo dentro un lasso di tempo che va dal 12 maggio al 5 giugno 1917 quando venne combattuta la grande offensiva italiana che prenderà il nome di Decima battaglia dell’Isonzo. Lo sforzo bellico italiano fu enorme.
L’obiettivo dell’offensiva italiana era rompere il fronte per raggiungere Trieste.

Nella foto sottostante Carlo è ripreso davanti alla Mensa Ufficiali del 1° battaglione del 206° Reggimento Fanteria, come è scritto sul cartello affisso alle sue spalle. Sul retro della foto una dedica: Al valoroso e tanto amato da tutti, Cap.no Carlo del 206° Regg.to Fanteria. Zona di Gorizia 1917.

Nel luglio 1917 viene decorato della onorificenza inglese di S.Giorgio e S.Michele concessagli sul campo.

Carlo si trovava sull’altopiano della Bainsizza in una località chiamata Vhr Soutz della quale non mi è riuscito trovare alcuna informazione, e stava preparando un’azione per conquistare una posizione nemica nell’ambito di quella che è stata chiamata Undicesima Battaglia dell’Isonzo, che fu combattuta dal 18 agosto al 12 settembre 1917 fra l’esercito italiano e l’esercito austro-ungarico.

La Bainsizza è un altopiano arido e desolato, ora in territorio sloveno, posto a nord-est di Gorizia.
Fu teatro di una delle più sanguinose battaglie della Grande Guerra dove l’esercito italiano compì, inutilmente, una delle più brillanti azioni tattiche dell’intero conflitto.

Medaglia di bronzo al valor militare al Maggiore 206°Reggimento Fanteria per:
Comandante di un reggimento allo scopo di preparare un’azione per la conquista di una posizione nemica, eseguì varie ricognizioni pericolose, rimanendo gravemente ferito durante una di esse. Vhr Soutz (Altopiano Bainsizza), 6-7 settembre 1917.

In altre parole, Carlo stava facendo l’ennesima ricognizione, si trovava a quota 814 quando una scheggia generata dall’esplosione di una granata nemica lo colpì al lato sinistro della testa portandogli via parte della scatola cranica ed anche un po’ di materia cerebrale.
Era ferito in maniera gravissima e rischiava di essere abbandonato alla sorte se non fosse andata la moglie Ida, un mese dopo, a prenderlo per riportarlo a Firenze.
Ovviamente dal quel momento in poi per Carlo sarà un calvario di almeno tre anni di cure ospedaliere in sei ospedali differenti sparsi tra Firenze e Torino, e altri tre anni per tornare a vivere autonomamente, anche se rimarrà invalido: braccio destro paralizzato e gamba sinistra con qualche problema che lo costrinse ad usare un bastone per aiutarsi a camminare. Ovviamente dovette ricominciare ad imparare a scrivere con la mano sinistra. La parte mancante della calotta cranica fu ricostruita con lamina in argento.
Sembra incredibile ma ce la fece, anzi dedicò gli anni 20 del XX secolo allo studio, conseguendo il diploma di abilitazione tecnica di Agrimensore nel 1925 e la laurea in Scienze Agrarie nel 1929 a Firenze.

Nel gennaio del 1923 gli fu assegnata la pensione a vita ed inviato in licenza, ma nel marzo del 1924 fu accolta la domanda per essere mantenuto in servizio attivo, come invalido di guerra, continuando a rimanere iscritto negli ufficiali della propria categoria, posizione ed arma, e venne destinato all’8°reggimento bersaglieri ed assegnato al distretto militare di Firenze.

Nel marzo del 1926 fu promosso Tenente Colonnello.

Quando Carlo venne ferito aveva in tasca alcuni documenti relativi a un soldato che doveva essere processato.
Il cappellano militare gli inviò questi documenti sporchi di sangue.
Essi sono oggi, la muta testimonianza di un momento di vita quotidiana sul fronte italiano durante la Grande Guerra.
Merita, per tanto, aprire una parentesi per esaminarli.

Zona di Guerra – 24 settembre 1917
Gentilissimo Sig. Maggiore
a mezzo di un soldato del nostro Reggimento le mando alcune carte che lei aveva in mano quando fu colpito alla testa dalla granata. Sono intrise di sangue! Viva l’Italia! La sua vita tanto preziosa Dio la deve risparmiare per l’onore e la gloria del nostro Reggimento. Nella speranza di sentirla completamente guarita la ossequio cordialmente e mi creda sempre
Suo devotissimo
Angelo Tanzella Cappellano Militare del 206°Fanteria

La lettera del cappellano militare

I documenti portano la data del 6 settembre 1917 e sono relativi alla denuncia di un sergente per un fatto grave da lui commesso. Non sto a riportarli, non mi sembra il caso, anche se li ho trovati molto interessanti.
Sono tutti indirizzati al Comandante del Reggimento e pronti per essere firmati dallo stesso, anche se in una lettera allegata e indirizzata a Carlo, qualcuno gli chiede di firmare la denuncia del sergente. A questo punto mi chiedo il perchè, visto che lui era il Comandante del 1°Battaglione e non del 206°Reggimento. Eppure anche nella motivazione per la seconda medaglia di bronzo al Valor Miliare (quella relativa a quando venne ferito) si cita Carlo come Comandante di Reggimento.
Deduco che in quel momento il 206°rgt.fanteria è privo di comandante, sostituito da Carlo, infatti c’è un vuoto di comando dal 5 settembre al 13 settembre 1917, come ho potuto verificare su un libro che parla della Brigata Lambro.
Da racconti di famiglia appresi direttamente da Carlo, pare che il Colonnello Comandante del 206° si sia ammalato all’approssimarsi del fatidico momento dell’attacco.

Dalla lettura dei documenti emerge una storia, indubbiamente triste, dove le miserie umane la fanno da padrone. Credo che il personaggio principale di questo dramma sia la paura, una enorme paura di morire da parte del Sergente, che lo rende schiavo e lo assoggetta al proprio volere facendogli perdere ogni ritegno di fronte a chiunque. Uomo tra gli uomini, è costretto dalla voce interiore a far prevalere ciò che definiamo istinto di conservazione; non per nulla chiamiamo eroi coloro che riescono a superare tutto ciò, immolandosi solitamente per altruismo, incoscienza, o qualcosa di altro che è difficile da definire e comprendere. Quando tutti, bene o male fanno il proprio dovere e muoiono, chi cerca di scamparla con vili stratagemmi viene deferito al Tribunale Militare.

Dato che Carlo venne ferito proprio con i documenti in mano e che questi, ormai insanguinati, gli vennero successivamente recapitati e a lui sono rimasti, vuol dire che nessuno avrà denunciato il Sergente. Se poi si pensa che qualche tempo dopo c’è stata la disfatta di Caporetto col fuggi fuggi generale, ci sta benissimo che sia tutto finito in una bolla di sapone.

Una delle pagine insanguinate

Tornando a Carlo ed al periodo che ha trascorso nel 206° Reggimento, devo dire che è molto difficile trovare notizie relative all’attività da lui svolta in quel periodo, tranne gli accenni che vengono fatti in occasione delle medaglie ricevute. I luoghi: Bainsizza, Vhr Soutz, Casa Diruta, Casa due Pini, Dosso del Palo, Hum (Cum, Kuk), Monte San Marco ed un rosario di monti con nomi di santi, e tanti altri, sono tutti riferimenti che si sono dati i militari in quel tempo, in quei luoghi, e che oggi trovano difficile riscontro, anche se sono passati alla storia. Inoltre, a complicare la situazione c’è il fatto che le due battaglie dell’Isonzo a cui sto facendo riferimento, ossia la decima e l’undicesima, si sono svolte in territorio che oggi è sloveno, e quindi i nomi delle località sono tutti diversi da come erano conosciuti allora.

A questo punto direi di fermarmi, Carlo continuerà la sua carriera militare da invalido, in ufficio, da prima in vari distretti militari e durante la seconda guerra mondiale nel Corpo d’Armata di Firenze.
Ha esalato l’ultimo respiro nella clinica dove era ricoverato, la stessa dove dieci mesi prima sono nato io. Mi piace pensare a quel luogo come a un punto di arrivo alla vita, ma anche di partenza dalla stessa. Ci siamo incrociati in quell’edificio per conoscerci e scambiarci il nome: io che non ne avevo ho preso il suo, e lui me lo ha ceduto per rimanerne senza.
Dato che nella clinica non avevano locali a disposizione per i funerali, questi furono tenuti nella vicina abitazione.
Per le onoranze funebri, dal Comando di Corpo d’Armata venne un Picchetto d’Onore che si schierò davanti alla casa. Il suono della tromba. Il saluto militare. Mio babbo (obbligato) a passare in rassegna il picchetto d’onore con grande emozione. All’evento parteciparono tante persone.

Carlo con le sua storia appuntata sul petto.

Parte il treno

Parte il treno per la campagna,
quello lento per pensare:
sulla vita, la compagna,
sul futuro, sull’amore.

La macchina si è messa in moto,
sferraglia come un tempo,
metallo su metallo,
tempo su tempo.

E la vita sale e scende,
declinando sempre, in realtà,
perché alla nascita vince
ma sul declivio in bilico sta.

Alla fine,
vita mia,
perdi sempre.

Il treno corre ancora,
non importa la velocità,
col suo carico insulso
di umane merci
che questo futuro cancellerà.

Parte il treno per la compagna,
un fine settimana in complicità,
a spasso lento, come un tempo, in città,
tra freddo, nebbia e un po’ di libertà.

01 dicembre 2018

Divina solitudine

Fotografia personale

Porte aperte
visioni d’altrove
gambe larghe di parto
ma è un arrivo

accogliamo con gioia uno sconosciuto
un libro nuovo tutto da scrivere,
ancora è bagnato dalle acque
del passaggio,
scaturito dalla sorgente divina,
fisico, il bambino urla il dolore,
la sventura della nascita,
il destino della morte,

urla forte il suo destino,
solo tra i simili,
solo come il vuoto,
solo come l’Uno,
solo come Dio
che per gioco ci ha creati
e adesso non sa più
cosa fare di noi.

24 novembre 2019

Il creativo

La prima parola per rompere
il ghiaccio,
tutte le altre per scrivere
su tutte le foglioline verdi
del prato;

il creativo si dibatte
nell’atto della creazione
come un pesciolino fuor d’acqua
che annaspa cercando la vita;

la creazione arriva dal cielo
come lo spirito santo,
si ferma a poco dal cervello
senza entrarvi,
invitandolo ad uscire;

musica e parole vorticano
attorno all’immagine
tanto da non essere più
se stesso,
poi la melodia erompe come
il fiume in piena
sotto le mentite spoglie
della poesia:
così gli uomini chiamano
quel male che non va mai via;

lasciarsi andare all’abbraccio
del tempo
abbarbicati al vuoto dello spazio
come una cometa in fiamme
che del suo calore si veste
di bianco evanescente;

liberi urliamo parole al vento
da uomo a uomo per tutta
l’esistenza verso la fine,
poi la mano accarezza un volto
che si adagia al palmo aperto
come un’offerta benefica
di grazia o riconoscenza,

e rivedo i tuoi capelli,
il tuo sguardo birichino
vestito da provocatore,
il tuo sguardo che s’avvicina
per accontentare le labbra
che vogliono comporre un bacio,
le nostre bocche hanno sete,
le nostre anime bramano estasi,
solo l’orgasmo ci salverà l’origine,
la vita e la specie,
a tutto ciò mi lascio andare
nel riposo pago dei sensi,
giaccio, spento tra i seni soffici
di cui non potrò più fare a meno,
in fine dormo il sonno dei giusti
e dei saggi che nella povertà
vivono la ricchezza del mondo
e di se stessi.

02 marzo 2019

Aurelia

John William Godward – Nerissa

Riflessi di Luce e di Memoria in un pomeriggio di meditazione.

Il silenzio-non silenzio della natura avvolge i miei sensi, rilassandomi e svuotandomi da ogni tensione in grado di minare la conquistata tranquillità. Sono solo sulla cima del monte che domina il mare ed osservo, con lo sguardo ridotto ad una fessura per la luce ed il riverbero, lo scintillio provocato dal Sole sulla superficie dell’acqua. Tale visione accende l’immaginazione, il pensiero, l’introspezione e mi porta nello stesso luogo ma in un altro tempo, identicamente addossato alla pietra fredda ed irregolare che si erge alle mie spalle, seduto per terra con le gambe distese sul prato. Osservo il mare, quella stessa luce che un attimo prima ha afferrato il ricordo, estrapolandolo dalla melma dei momenti dimenticati, ma non distrutti e lo ha trasformato in emozione. Ma non è l’unico, ce ne sono altri. I ricordi si spostano a branchi, a pacchetti, senza lasciare alcuna possibilità di scelta. Tutto o niente. Li seguo lungo l’immagine del mio braccio destro adagiato sulla spalla di una ragazza. I nostri sguardi s’incrociano e provo meraviglia e stupore per averla dimenticata per così tanto tempo o più semplicemente: per averla dimenticata. Il mio corpo attuale reagisce, sollecitato dalle reazioni interiori, ma poi si calma, mettendomi in grado di osservare, giudicare e valutare il ricordo che ho di lei, anche se la condanna è già stata emessa ed anche scontata tanto tempo fa.
La visione si amplia, prendo coscienza di altre presenze che riconosco immediatamente: mio fratello rincorre una ragazza poco più a valle. Sento le voci e le risate che si perdono nell’aria. Ci chiamano, ma stiamo bene così, che non abbiamo nemmeno la cortesia di rispondere, per ribadire la negazione della nostra presenza. Sotto il pergolato scorgo i nostri genitori con gli amici, tutti con le mandibole in movimento ed il bicchiere di vino sempre pieno, sempre a portata di mano, sempre teso verso l’alto come i sacerdoti offerenti alle divinità: se stessi. Chiudo gli occhi.
Lei posa la testa sulla mia spalla e si abbandona al contatto che acuisce il desiderio, estraendo attimi di tenerezza capaci di annullamento.
Dove saremo in questo istante, nel futuro? mi chiede con aria mesta, come sapesse già il proprio destino.
Insieme, da qualche parte. rispondo, ma poi non è andata così.
Quando riapro gli occhi mi rendo conto di essere solo. Non ho nessun rimpianto ma la certezza di avere vissuto qualcosa di veramente bello ed indimenticabile, qualcosa che ancora risiede in me, anche se allo stato latente e che mantiene la forza di togliermi il fiato. L’azione del tempo corrode il corpo ma non ciò che esso conserva e custodisce. Lei se n’è andata, ma in un certo senso è sempre con me in ogni momento della mia esistenza. Qui, sulla cima del monte, occupo lo stesso spazio in tempi diversi ed osservo lo scintillio del sole sul mare con una visione caleidoscopica, stroboscopica, stereografica, reale e subliminale, conscia e inconscia. Presente e passato si mescolano, si fondono creando un tempo irreale ed utopico, ma tutto ciò non scalfisce il mio umore in alcun modo, rimango impassibile e mi godo l’attimo di riposo desiderato, secondo i miei progetti. Svogliato e privo di estro creativo dedico la giornata al pensiero: la mia anima, e solo in questo mi applico, diligente. Sono argilla che il sole ed il tempo sgretolano, che la pioggia impasta e che le mie mani modellano secondo le forme della mente. Sono un’opera creata dalla mia volontà e dal mio estro. Sono Dio! Le navi mercantile che strisciano verso l’orizzonte la loro rotta per il porto sono macchie scure, indefinite, perse nel chiarore abbagliante delle esplosioni cosmiche che devastano lo spazio e ridisegnano l’ordine delle cose secondo lo schema del caso (o del caos). Quelle grandi navi trasportano il marmo. L’uomo lo strappa alla montagna e poi lo disperde per il mondo intero. Io lo trasformo in astrazione, pensiero, opera d’arte. Poi, le linee di forza si sono opposte al magnetismo dei corpi e per qualche arcana ragione e non per mia volontà, il giorno dopo lei mi ha lasciato: prima dura, cocente, delusione sentimentale. Tutto è crollato e sono riuscito ad odiarla ed amarla ancora, contemporaneamente e con grande difficoltà. Forze superiori l’hanno convinta a seguirle mentre le urlavo dietro il mio disappunto, sprofondando nella spirale senza fine della ricerca del chiarimento, di un piccolo barlume di razionalità nel profondo caos sinaptico che mi tormentava incessantemente.

Sono caduto tra le sue braccia per volere degli Dei prima ancora del suo amore e del mio dolore, quello che mi recherà con un sorriso ricoperto di silenzio, mascherata da primavera dietro le involuzioni della stoffa della sua camicia increspata, come l’ispido pelo irsuto del fondo schiena di un cane randagio la cui diffidenza sarà pari alla sua. Fin dal primo istante ho visto la fine, sapevo. Incoscienza consapevole! Demenza!
Spargo manciate di sabbia scagliandole violentemente sul muro, disegnando graffiti della mia disperazione, gridando e solcando l’universo con l’urlo muto di un Silver Surfer qualsiasi. Poi un amico mi riconduce sulla retta via che ho smarrito: la vita piatta e monotona come una monorotaia dimessa. Ma l’amico è purezza, sincerità, disinteresse, altruismo ed è ingombrante e gravoso, difficile da coltivare. L’amicizia è un impegno per entrambi, ma esercitandola non ci pesa e ci rafforza. L’accolgo a braccia aperte perché è tanto il tempo che non ci vediamo anche se il nostro ultimo incontro non supera le ventiquattro ore ed i pensieri si fondono.

Finalmente tutto si è calmato, c’è voluto del tempo ma ho ritrovato le tracce del sentiero che m’hanno ricondotto verso di me e dal quel momento la mia arte è esplosa in tutta la sua virulenza estrosa e splendida. Forte e coinvolgente. Come spesso accade, dal grande dolore nasce sempre qualcosa di grande, ma non necessariamente di positivo. Nel mio caso posso ritenermi fortunato o predestinato?

Poi la mia arte a lei mi ha condotto nuovamente ed Aurelia questa volta è il suo nome, come la strada romana che mi ritrovo spesso a dover percorrere. La via che mi ricorda lei quando non c’è e quando non ne ho bisogno. Viaggio su alcuni tratti di questa strada che da Roma conduce verso Genova ed oltre, delimitando il confine tra stato solido e liquido, separando tutto ciò che è visibile dal mondo misterioso delle profondità marine: l’invisibile.
Corro sul crinale tra due essenze diverse e complementari: quella solida, che scivola inesorabilmente nella liquida e quest’ultima, che rimonta aggrappandosi indissolubilmente all’altra, così come mi perdo sul sentiero di brividi che traccio sul corpo di Aurelia sfiorandola dal fianco al seno e percorrendola tutta quanta, di città in città ed anche oltre.
Ricordo quanta fierezza sprigionava il suo sguardo quando per la prima volta mi disse il suo nome anche se poi gli amici la prendevano in giro. I ragazzi sanno essere crudeli, non se ne rendono conto, ma lei è splendente e i suoi genitori non potevano fare di meglio, non potevano farmi regalo più bello. Traggo piacere dallo scrivere il suo nome evocandola a mio piacimento, usando la sua chiave d’accesso, la sintesi della sua esistenza: il suo vero nome. Lo scrivo tante e tante volte di seguito, fino a comporre una parola lunghissima, fino a perdere il senso ed il senno: aureliaureliaureliaureliaureliaurelia … ed inconsciamente desidero moltiplicarla, duplicarla, clonarla tante e tante volte per averne sempre, per averne di più. Quando sono sazio lo scrivo una volta sola ma sono tentato (e cedo alla tentazione) di chiudere la lettera iniziale dentro un cerchio, una (A) come quella grande e rossa cucita sulla bandiera nera che è appesa sul muro di camera: la bandiera del nonno.

Incontro e dialogo tra una Pianta ed un Fiore.

Chiudo gli occhi per aprirli su visioni di altri mondi, altri colori e sensazioni. Ruoto su me stessa, lentamente, assaporando ogni emozione che il tocco dell’erba dona ai miei piedi umidi di rugiada. Il contatto con la terra è intenso, come un richiamo, un ritorno a casa: la mia.
Perdo cognizione del tempo e dell’età, di me stessa e della mia identità. Sento i capelli ruotare insieme al corpo e tirarmi la testa all’indietro. Offro il mio volto sereno al caldo bacio del Sole di questo stupendo mattino persa tra fiori e colori e l’universo della mia visione interiore, capace di vedere oltre ed anche di più, ciò che tanta gente non riesce a fare, perché inquinata, corrotta, viziata, prigioniera, assuefatta alla vita che la società le ha imposto dalla nascita. E’ per questo che ruoto su me stessa, per esprimere la mia felicità di essere riuscita a scappare da tutto ciò. Sono libera, tutt’uno con il cosmo a cui appartengo. Libera di sentire la mia gonna allargarsi a cono dalla vita in giù a darmi la sensazione di essere completamente nuda. Libera di starmene a petto scoperto, liberata dal giogo e dalle imposizioni del puritanesimo falso e bigotto e dalla costrizione di un qualunque attrezzo atto a contenere ed a nascondere il mio seno alla vista del mondo. E ruoto, ruoto e ancora ruoto perdendo ogni cognizione al suono dei campanelli che vibrano sulla caviglia, toccata, lenita, sfiorata dalle collane che mi adornano il corpo e dalle lunghe sciarpe di seta colorata con cui mi cingo il capo e la vita. Sono di tutti e non sono di nessuno. Tutti mi appartengono e nessuno è mio. Questo è bello. Questo mi rende felice. Cado al suolo e mi rotolo tra l’odore della terra e dell’erba umida; poi vorrei abbracciarla tutta quanta, ed in questo desiderio mi perdo e svanisco per rinascere pianta.

Da lontano l’ho vista ballare, ruotare su stessa, cadere a terra e giacere immobile. Incuriosito mi sono avvicinato a quello che per me era solo un corpo femminile steso sopra un prato sconfinato. Tra i fili d’erba ho intravisto un volto in estasi, gli occhi chiusi, rilassamento totale, in netto contrasto con la drammaticità della scena: la gonna scompigliata, lei seminuda, gli abiti sparsi secondo le leggi del caso, i capelli ovunque come la rete di un rezzaglio lanciato tra le onde del mare a catturare se stessa. Poi, la sua espressione mi ha rassicurato sul suo stato di salute anche se nell’avvicinarmi non ha avuto reazione alcuna alla mia presenza. Sono stato al gioco e mi sono steso sull’erba, davanti a lei, per un tempo interminabile a guardarla, poi le ho parlato come se tutto fosse normale e lo era, anzi, era tutto naturale. Mai spensieratezza, sincerità e spontaneità hanno stretto connubio migliore. Sono entrato in contatto con la sua essenza ed ho capito che era una pianta. Passiva, inerme, indifesa, in balìa delle sollecitazioni atmosferiche; ed io, al pari di una brezza lieve che spira da sud-ovest, portando con se il tepore ed il calore delle regioni desertiche, sono piombato su di lei, portandole in dono buone vibrazioni.
Sono un fiore, le ho detto.
I fiori durano poco, mi ha risposto senza aver ancora aperto gli occhi.
Ma sono molto belli, profumano, e spesso le loro geometrie sono estremamente elaborate secondo le leggi matematiche che regolano l’universo …, rispondo, incastrandomi in un lungo discorso che lei interrompe impietosamente.
Il fiore è solo un organo sessuale. Tu sei questo? Vuoi essere questo? Io sono una pianta, il mio contatto con la terra è immediato e completo. Affondo le mie radici nella sua profondità umida per suggere acqua e sali minerali. Mostro le mie foglie al sole per vivere di luce e calore. Sono il centro degli elementi: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. Tutti ruotano attorno a me ed io me ne servo per vivere, li uso a mio piacimento e li trasformo secondo i miei desideri. Vuoi sempre essere un fiore?
Fiore o non fiore, non seguo più i suoi ragionamenti, forse, non proprio dettati dalla ragione e seguo il filo sottile dei miei pensieri evolutivi ed involutivi che si attorcigliano in circonvoluzioni continue ed incessanti attorno alla mia persona, le mie paranoie, i miei desideri.
Vorrei coprire il tuo corpo di ricami, tralci di fiori e colori, macchie indistinte di desiderio, e di parole e baci con il brivido intenso e continuo delle labbra umide che baciano la tua pelle increspata come la superficie del mare dall’onda leggera che con l’altra onda s’incrocia e spumeggia sulla battigia. Vorrei liberare il tuo corpo dai vestiti ed adornarlo con fasce e collane colorate. Liberarti dalle convenzioni, dagli usi e costumi, dalle costrizioni ed i comportamenti indotti. Ti voglio libera, ma libera veramente, fosse anche del tuo corpo. Voglio la tua anima.
Più che pensare, le ho sussurrato queste parole senza neanche rendermene conto. Solo allora si è degnata di farmi dono del suo sguardo, della sua espressione interdetta, subito dopo sfociata in un sorriso comprensivo ed indulgente.
Si è alzata senza preoccuparsi del petto nudo che, meraviglia della natura, mi sfidava a guardarlo con desiderio. Combattuto, tra i suoi occhi colorati ed il suo seno sodo, ho chiuso gli occhi, appena in tempo per sentire il tocco delle sue labbra sulle mie: il dono di un bacio a suggellare la nostra nascita in uno dei futuri possibili.
Con la sacralità di un sacerdote dell’antico Egitto mi ha fatto dono del suo nome: Aurelia, la sintesi della sua essenza, della sua anima.
M’invita a tornare perché è suo desiderio condurmi in un luogo a me sconosciuto e lo dice sorridendo, con aria decisamente complice, o sono io che mi sto già illudendo?

Ranocchi e Telai ad acqua in un giorno di Sole nell’angolo di Paradiso.

La stanchezza fisica sta lievemente oscurando le mie aspettative in questa torrida giornata. Arrivare fino quassù in bicicletta non è stato uno scherzo, anche se le ombre della montagna mi hanno confortato e dato la spinta necessaria per andare avanti. L’aiuto maggiore l’ho avuto da Aurelia, dalla sua euforia per condurmi nel suo luogo segreto.
Ancora non siamo arrivati.
Lasciamo le biciclette e proseguiamo a piedi con grande sollievo per il mio posteriore. A volte dimentico quanto può essere duro il sellino di una bici. La strada sterrata si snoda in salita, ma la bellezza del luogo fa dimenticare ben presto la fatica. Questo è il suo territorio, il posto segreto che solo lei conosce. Che tutti conoscono.
Mi tende la mano che afferro e stringo ben contento di un po’ di contatto fisico e mi accompagna fino a destinazione.
Costeggiamo le sponde di un torrente di montagna che inesorabile scende a valle tracciando il nostro percorso a ritroso. Sull’altro lato del sentiero un rivolo d’acqua biancastra come il gesso stimola la mia curiosità mentre scivola via.
Avverto un rumore di sottofondo che va aumentando d’intensità mentre saliamo.
Se il torrente è opera di Dio, come direbbe lei, il rivoletto di acqua sporca è sicuramente opera dell’uomo, del suo lavoro. Il confronto tra i due rafforza tale posizione, ma io non credo in Dio, non posso credere in lui, anche se l’acqua biancastra che mi scivola accanto mi porterebbe a farlo. Solo l’arte, la poesia, pongono l’uomo a livello divino mediante l’espressione della sua capacità creativa in grado di elevarlo ad un livello superiore, anche se l’arte nasce spesso (ma non necessariamente) dall’insoddisfazione, dal disagio umano, che spinge ognuno ad agire verso il bello e … mi sono perso … mi perdo spesso dietro i miei pensieri, i desideri, tante cose che vorrei dire, raccontare, riferire, ma non trovo mai nessuno che abbia la voglia di ascoltarmi. Solo lei lo sa fare, m’incoraggia a procedere per la mia via, ed in quei momenti sento di essere veramente me stesso, mi esalto, parlo di cose che escono dal cuore, da dentro di me, meravigliandomi per tutto quello che sono capace di estrarre. I momenti diventano magia e vedo i suoi occhi brillare, prima che giungano lo sconforto e l’amarezza della realtà a spegnerli.
Il rumore ovattato, insistente, continuo, sembra non avere mai fine e si è fatto più forte. Ora so da dove proviene, vedo delle baracche, grandi strutture metalliche che solo un miracolo può tenere in piedi. Sono curioso di sapere cosa accade al loro interno ma ho la certezza che stanno violentano la natura con la loro presenza, sono orribili mostri creati dall’uomo, dalla sua voglia di dominio sul mondo.
Lei mi indica un’ansa del torrente che crea una buca, larga e bassa, una specie di pozza circondata dal verde, dove l’acqua limpida e fresca rincorre se stessa in ogni momento. Il gracidare delle rane è forte, istintivamente le cerco con lo sguardo fino a quando le vedo, sono tante piccole ranocchiette che si godono il proprio angolo di tranquillità. Sono ovunque. Con tutta quella vegetazione vicino l’acqua non posso fare a meno di pensare anche all’eventuale presenza di serpenti. Ho timore delle serpi, è atavico, non posso farci nulla ma lei mi rassicura che non ci sono, tutt’al più sono innocue, il che equivale a confermarmi la loro presenza. Spero proprio di non fare brutti incontri. Ammiro il luogo, bello come un angolo di Paradiso, ancora Dio, lo dico ad Aurelia che, sorridente, è felice di avermi portato ad ammirare ed a godere del suo paradiso personale. Peccato che il rumore proveniente dalle baracche sia incessante, ma è anche vero che poi ci si fa l’abitudine. Finalmente sbircio attraverso una fessura tra due pareti fatte di bandone, vedo un enorme telaio provvisto di lame che scorrono su un grosso masso di marmo con lentezza estenuante, con la tenacia della goccia d’acqua che scava la roccia. Lo stanno letteralmente affettando. Rivoli di acqua fresca bagnano le seghe per rendere possibile il lavoro. E’ da qui che sgorga la sorgente di acqua bianca che mi scorre tra le gambe e che fugge via verso valle, è da qui che proviene l’incessante rumore che mi disturba. Tutto intorno non c’è anima viva. Non ce n’è bisogno e ne sono felice. A volte mi piace nascondermi dagli occhi degli altri e del mondo, soprattutto quando ho la fortuna di stare da solo con Aurelia. Mi chiama. Sulla sponda del torrente giacciono buona parte dei suoi vestiti, vedo la gonna, le scarpe, la maglietta, il reggiseno, e la loro visione mi fa trasalire. Per una interminabile frazione di secondo la immagino per deduzione, ma poi i miei occhi vedono che la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. E’ scesa nella pozza e si è accomodata nell’acqua come se fosse a sedere su un divano di rocce ed erba. M’invita ad entrare nell’acqua per rinfrescarmi. La gioia che mi prende è totale, nel corpo e nell’anima, mai momento come questo è stato così bello. Mi libero dai vestiti anche io, rimango in mutande e m’immergo con lentezza, tra smorfie e brividi che mi tagliano la pelle accaldata. Quest’acqua è gelida e le sue lame mi fanno a fettine come quelle lastre di marmo che ho appena visto. E’ gelida, porca puttana com’è gelida, non so come lei abbia potuto immergersi con la tranquillità apparente che non lascia trapelare ogni piccola emozione. Mi guarda, sorride, ride, scoppia in una risata fragorosa ed incontenibile e mi schizza con quell’acqua che mi colpisce e fora tutto il corpo fino a quando trovo il coraggio e m’immergo totalmente. Approfitto del suo scherzo per caderle addosso e travolgerla nel mio dramma, aggrappandomi alle sue forme, perdendomi tra le sue curve, rovinando la poesia e la bellezza del luogo con l’impeto della gioventù. Lei ci sta, eccome se ci sta e ci baciamo appassionatamente nella frescura che l’acqua ci dona. Il fondale è viscido di alghe e muschiosità, devo stare attento a non scivolare, ma più che col culo per terra non posso andare. Aurelia è al settimo cielo (ed io all’ottavo) mi parla e accarezza il viso con le mani affusolate che sembrano assumere una colorazione violacea per il freddo. Brevi pensieri mi passano per la testa ed immagino con tenerezza il mio sesso, costretto dal freddo ad una fuga totale ed incondizionata, ma non è così importante, ora. Il sole cocente non riesce a scaldare quest’acqua che scende a valle con forza e rabbia dalla cima del monte. Guardo questa ragazza che mi ricorda Venere, o almeno l’immagine mentale che mi sono fatto. La mia Venere ha la pelle bianca, i capelli neri e lunghi, così lunghi e bagnati che le aderiscono al corpo, scomposti, simili a tralci di piante rampicanti e sembrano volerla coprire tutta con le loro ramificazioni. Il seno reca chiaramente i sintomi del freddo, stavolta mio complice, rivelandomi la pelle accapponata e il turgore dei capezzoli in tutta la loro bellezza che quasi commuove. Vorrei toccarli, vorrei… ma ciò che vedo è così emozionante ed esaltante che il turbamento interiore che sto provando mi sconvolge ed inebetisce. Tutto il suo corpo è proprio una gran bella cosa e mi trovo ad analizzarlo con l’occhio del critico che osserva un’opera d’arte, senza altro fine, solo la bellezza esteriore che lo sguardo afferra. Il freddo nasconde i sensi, il desiderio e la voglia e ci lascia con la bellezza.

Passato l’attimo travolgente ci mettiamo comodi e parliamo, sfiorandoci con i piedi. Ascolto la sua voce narrare episodi del passato che mi apportano conoscenza e comprensione mentre osservo la popolazione dei ranocchi saltellare ovunque incuranti della nostra presenza, ed infilarsi dappertutto curiosi o forse incoscienti. Non so cosa preferire, se il loro gracidare o il rumore delle lame metalliche che graffiano incessanti il marmo. Due suoni ossessivi che non hanno fine e che mi fanno venire la voglia di urlare nel tentativo disperato di farli tacere, ma poi la voce di Aurelia mi rapisce e con lei percorro le sue storie, i ricordi, vivo ciò che non ho potuto e condivido le sue emozioni e le esperienze.
La sensazione di libertà che sto provando mi esalta e mi distrae perché mi tornano in mente le parole di mio fratello maggiore: la libertà dell’individuo è al disopra di tutto quanto esiste al mondo e la vita non è tale senza libertà. Il mio fratellone! Tra poco sarà passato un anno da quando ha smesso di cercare la libertà. Ormai è libero da tutto e tutti, persino dal suo corpo. Mi manca enormemente. Nel petto ho un buco, una voragine che mi toglie il fiato e quel nero mi attira verso il baratro della sofferenza e del dolore. Attorno a me il vuoto della sua assenza, ma posso farlo vivere ancora nel ricordo, nella mia mente, è così che insiste a parlarmi, a darmi consigli. Mi dice che il dolore provocato dal masso che lo ha schiacciato non è niente in confronto alla sensazione d’impotenza che si prova quando si è pedine del potere che ci usa e ci piega al suo volere. Assurgo a simbolo di questo potere la grandezza e la purezza candida dell’enorme masso di marmo intriso del sangue, macchiato dalla vita di mio fratello. So di sbagliare, ma avrò tempo per rivedere i miei pensieri, la montagna non ha colpa e tanto meno il marmo. Sono cose troppo belle per paragonarle agli assassini.
Il sistema … è il sistema che è sbagliato … ricorda” ed io ricordo, ma ancora non ho afferrato appieno il senso delle sue parole.
Uno schizzo d’acqua sul viso mi riporta alla realtà e tra le braccia di Aurelia. Insieme fuggiamo ancora per un po’ da tutto e tutti, prendendo in prestito da non so dove, un bel po’ di libertà.

Non sempre le minacce sono reali, a volte il Nemico più pericoloso si nasconde in noi.

Sveglio! Ora sono certo di essere sveglio, seduto sul letto dove poco prima ero raggomitolato col cuscino ad inseguire sogni che non ricordo già più, ma il rumore che mi ha svegliato persiste, come qualcosa che viene graffiato, trascinato lentamente: un fruscio, una vibrazione che acuisce i miei sensi allertati.
Non ci credo, non può essere, sono solo in casa e sicuro che non c’è nessun altro, anche se non ho ancora trovato il coraggio di accendere la luce e di alzarmi per guardare in giro. Faccio ipotesi mentre la vibrazione si trasforma in un sussurro che interpreto come bisbiglio di voci che sommessamente confabulano, lasciandomi atterrito tra i brividi che mi coprono come un mantello.
Quelle che sento sono voci, sicuramente c’è qualcuno in casa che sta parlando, almeno due persone, ladri?
Accendo la luce e tutto cessa. Mi alzo, perlustro tutta la casa. Sono solo e certo della realtà di quanto sono stato testimone ma non capisco.
Archivio l’esperienza tra quelle insolute, tra tutte quelle cose che succedono nella vita e che non hanno una spiegazione immediata, che forse un giorno non l’avranno mai.

Nelle nostre Menti vivono tutte quelle Persone che non sono più, quelle lontane nel tempo e nello spazio.

Non c’è follia più grande di ciò che è racchiuso nella mia testa: tante persone diverse, differenti per nome, età, tempo e distanza, tutte accomunate dall’essere diventate ricordo e bagaglio personale di esperienza formativa. Sono tutti qui insieme a me, o meglio, ai miei me: uno per ogni cambiamento di fisico, di mentalità e di tempo. Una immensa, sterminata festa in maschera compresa tra il dolore ed il piacere, la noia ed il divertimento. Tutti per sempre con me: il custode, il loro piccolo contributo per l’immortalità. Ho braccia infinite per accoglierli tutti e pensieri e rimpianti e dolore nel petto per non poterli toccare. Uomini, donne, bambini, ragazzi, ragazze, tempi, mode, usi e costumi, pensieri, animali, tutto il creato, tutto quello che è stato e quello che sarà, ora è qui davanti a me e non posso fare altro che rimanere incantato a guardare, mentre pensieri vorticosi s’intrecciano e mi sconvolgono segnandomi il corpo di sofferenza e malinconia. Sono attore e spettatore di me stesso, regista per il resto dell’umanità.

Il mio pensiero si sofferma sulle divinità, gli Dei, quelli classici, quelli che ormai non sono più venerati da nessuno, i dimenticati. Immagino i riti e gli uomini che fanno le loro offerte a quelle divinità nella speranza di una vita migliore. Riti e religioni non più attuali, credenze difficili da sostenere, ma allora ci credevano e tutta la vita degli uomini era scandita da rituali religiosi per Dei che non esistevano! Ma ci credevano!
La tentazione di un paragone con le religioni attuali è grande. Vedo i riti, le funzioni odierne, tanta gente che sacrifica il proprio tempo e la serenità dietro a miraggi, a fondali che celano il niente. Ma ci credono! Non è importante che Dio esista, l’importante è crederci. E’ la stessa cosa. Ma io che so la verità non ci riesco, non posso fingere per tutta la vita, non posso crederci ma non cerco nemmeno di convincere il prossimo delle mie idee.

Lo stesso discorso vale per il lavoro, quello che non nobilita l’uomo ma che gli porta via libertà, tempo e creatività. Fortunatamente il mio interesse appaga le aspirazioni, concedendomi tempo e libertà ma ho piena coscienza di quel che accade alla maggior parte degli uomini che sono costretti a subire e ad arrangiarsi in qualche maniera per poter sopravvivere. Ho visto attraverso il fondale fittizio della realtà ed ho preso atto e coscienza di come stanno effettivamente le cose. Quella visione mi ha dato la forza e la voglia di reagire, facendomi desiderare un cambiamento radicale del mondo, fondato sulla conoscenza e la verità. Devo trovare il modo di aprire gli occhi a tutte quelle persone narcotizzate che mi circondano e che ignorano di stare sprecando la propria vita dietro la futilità del denaro, del successo, della carriera, del lavoro, della religione, della società, dello Stato, di tutto ciò che è ordine costituito, di tutto ciò che è limitazione ed imposizione.
Solo l’uomo ha valore con il suo bisogno spiritualità, di aggregazione, di famiglia, di appartenenza alla Natura ed alla Terra stessa.
E’ particella universale, entità cosmica, parte del tutto.

Sono il girasole più alto, quello che vede lontano, quello che ha visto tutti gli altri girasoli col capo chino, arsi dal sole, in serie sterminate, privi di volontà, vinti e piegati al volere superiore. In ogni girasole ho visto un uomo, un lavoratore, un dipendente, un essere umano prosciugato della sua linfa vitale e creativa per alimentare un sistema parassitario che lo ha illuso e poi finito senza pietà.
Prigionieri della realtà virtuale che credono reale, come il loro libero arbitrio, come le loro grida di libertà, come il conforto che trovano nella loro religione, nelle loro divinità inesistenti.
Abbacinati ed allucinati da una realtà che non è reale, che non contiene verità, che non è quella che credono … e forse non lo sapranno mai.

Creazione è un atto di amore, un gesto di liberazione, un grido di silenzio e angoscia.

Mi piace modellare la materia grezza, romperla, scolpirla, graffiarla, lisciarla, per dare concretezza ad una idea, ad una visione, ad un’immagine che è chiusa nella mia testa. E’ un pensiero, la cui proiezione nella realtà mi emoziona al pari dell’atto di creazione divina commesso. Osservo le mie mani all’opera dare forma all’idea, scolpire l’immagine che trasmetterà emozioni e sensazioni in ogni essere umano dotato di sensibilità.

Da alcune generazioni la mia famiglia vive strappando blocchi di marmo alla montagna ma questa si è presa qualche vita umana in cambio per trasformarla in energia, in astrazione totale dalla realtà. Io invece ho scelto un’altra strada ed ho preferito la trasformazione, la trasmutazione, la trasmigrazione del marmo in opera d’arte – del mio pensiero nelle sue forme – cedendo sempre una parte di me in ogni creazione. La forza del braccio percuote con saggia violenza la massa informe per donare grazia e bellezza come solo in natura si può trovare. Osservo con cura ogni espressione della Natura in tutto quello che mi circonda, mi soffermo su ogni particolare capace di rendere la magnificenza dell’insieme e me ne approprio dosando con parsimonia e saggezza la mia arte.

Negli ultimi tempi ho perso la testa e la ragione dietro la bellezza fuggevole ed effimera di una ragazza che affiora spesso nei miei pensieri e nelle mie opere sempre più fantasiose a lei ispirate. Sono cosciente che la realtà m’insegue e cerca di addentarmi il posteriore, ma cerco di vivere questo memorabile momento di energia, scatenandola ovunque nel mio intorno, prelevandola a manciate dal mio interno per lanciarla in ogni dove, con la speranza di fare qualcosa di buono. Il mio corpo sprizza scintille come la lama affilata dello scalpello sul grande blocco di marmo che polverizzo imbiancandomi le mani, le braccia, tutto il corpo: bianco e luccicante come appena scolpito. Le mie creazioni sono piene di vita, movimento, desiderio, passione, tanti elementi che si scatenano nel momento in cui l’osservatore apre il proprio animo al sentimento e si abbandona a tutto quello che riesco a trasmettere.

Ho scolpito un’idea di Aurelia con i capelli sciolti che ricadono in basso intrecciandosi fino a svanire nella pietra grezza. La testa lievemente inclinata all’indietro, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa, come in eterna attesa di un bacio. La scultura emana desiderio, attesa, amore e dolcezza profonda. Appropriarmi delle forme femminili e della loro delicatezza m’appaga ed esalta. Non esiste niente di più bello. E’ un fuoco che arde, che brucia, che consuma e mi consuma nutrendosi di me stesso fino ad esaurimento. L’opera d’arte invece rimane immutabile, eterna.

E’ tardi, direi notte fonda. Ascolto l’ignoto e lo immagino. Fruscii, stridii, versi di animali. Mi affaccio alla finestra e non posso fare a meno di guardare le stelle brillare e perdermi nella profondità dello spazio liberando l’immaginazione e la creatività. Quante volte ho guardato il cielo, ogni volta con occhio diverso e mi sono sempre sentito soddisfatto di quello spettacolo appagante ed immutabile. L’essere umano ha sempre osservato il cielo ed io non sono da meno e non smetterò mai di farlo, anche se non è più un fatto spontaneo. Traggo ispirazione e traccio con la matita le mie idee sul foglio di carta: appunti per opere future che imprimerò a forza nel marmo e nella pietra. Un brivido mi corre lungo la schiena, come quando Aurelia la percorre con un dito sfiorando le vertebre fino a soffermarsi alla nuca, fino a darmi un bacio sul collo, fino a sospirare all’orecchio parole d’amore e semplici sospiri. E’ in quel momento che nasce un brivido che mi percorre la schiena a fior di pelle, fino al fondo valle, come una slavina che improvvisamente rompe la quiete della montagna travolgendo ogni cosa nel suo passare. Il pensiero si è posato su di lei e non mi da pace. Sento la sua voce, il tocco delle dita sulla pelle e finalmente sprofondo nell’agognato oblio nel quale perdo ogni legame terreno e terrestre e mi rigenero nel sogno, quello rivelatore, il sogno premonitore, l’avvertimento subliminale che al momento opportuno mi salva la vita. Apprezzo tutto questo e sono riconoscente all’ignoto di cullarmi con tenerezza ed infondermi prudenza e saggezza. E’ così che muovo i miei passi ed i problemi umani sono ben poca cosa: solo meschinità.
Non ho nemmeno fatto in tempo a sistemarmi per bene nel letto che un braccio, come una leva, ruota nel vuoto e così rimango, come crocifisso. Dormo e mi libero con gentilezza ed eleganza di una giornata infinita che stenta a trovare la sua naturale conclusione.

Sbirciare attraverso le pieghe del Tempo uno dei possibili mondi alternativi e capire che quella è la Realtà.

Stanotte l’ho sognata e come ogni volta è stato un piacere, ma questa volta mi ha rattristato.
Il suo aspetto aveva qualcosa di strano, artificioso. Il suo viso era come una maschera che lasciava intravedere la gioventù perduta.
Era invecchiata.
Non l’ho mai sognata così, cosa vorrà dire?
La sto perdendo per sempre anche nei mondi alternativi, anche dentro di me?
O sono io che sto irrimediabilmente cambiando e perdendomi.
Il mio fuoco sacro sta affievolendosi e la scintilla divina stenta a brillare dopo tutti questi anni.
Era invecchiata e distante.
Teneva per mano un bimbo che aveva un’espressione strana: lo sguardo di un uomo maturo che mi osservava, giudicandomi.
Vicina a loro la madre-nonna, unica persona divisa tra due generazioni, il punto focale, colei che ha generato quella discendenza, una sorta di catena di S. Antonio che mi è passata accanto facendomi sentire un escluso.
Abbiamo parlato con il sorriso amaro che non ammette nemmeno il rimpianto.
Eravamo conoscenti come alla fine o all’inizio di un lungo discorso, di un lungo rapporto.
Il malessere interiore mi piegava e piagava l’animo prostrandomi sul campo della sofferenza.
Avrei voluto urlare il mio dolore e proprio nel momento in cui mi apprestavo a farlo, quel maledetto meccanismo elettronico della sveglia ha lanciato il suo grido più forte e devastante del mio, facendomi abbandonare il livello d’incoscienza in cui mi ero perso.
Purtroppo questa volta ho ricordato ogni particolare.
Come vorrei tanto dimenticare.

Ricordare provoca dolore. Maggiore è il tempo trascorso, maggiore sarà il Dolore.

Sento che lei sta allontanandosi da me. In punta di piedi, con tatto e gentilezza Aurelia se ne va, lasciandomi solo. E’ più un sentore che una certezza. Non voglio credere a tutto ciò, ma la parte razionale sa benissimo la verità, sa che la realtà sarà quella di ritrovarmi da solo.
Lei mi sorride con quel suo ghigno da Gioconda, con quel sorrisino da tanto faccio come mi pare che mi fa incazzare solo a guardarla, ma non devo farlo, non devo farmi prendere dal suo giocare allo sterminio.
Nel ricordo ho la dolcezza del Bacio e la rilassante tranquillità delle Bisce d’acqua mentre sento che il presente tende a proiettarmi nell’ombra dell’uomo assorto e cupo come in quella Notte a Saint Cloud o peggio ancora a dimostrare al mondo la mia disperazione personale di un Grido silenzioso e allucinato.
Taccio, fingo e mi rodo l’animo, accecato dalla rabbia e dalla paura che se ne vada … tanto lo so che ha già deciso, lo so che ha già un altro, lo so che mi tradisce, lo so che è una puttana.
No, questo non posso dirlo, non è giusto.
Lo sapevo già che mi avrebbe lasciato per seguire un’altra avventura, era scritto nelle premesse, devo rassegnarmi e lasciarla andare per la sua strada. Una lunga strada costellata di uomini, sensazioni, illusioni e delusioni per tutti quanti. Alla fine dei conti nessuno avrà niente da guadagnare ma tutti qualcosa da perdere.
Rimarrà Aurelia, una strada carica di storia e di dolore, su cui tante persone egoiste passeranno oltre senza curarsene per altre migliaia di anni ancora.
Nuovamente la voce della notte: il sogno rivelatore, ha avuto ragione e mi ha preparato ad affrontare l’ignoto. Potevo scordarmi di quel sogno come spesso accade, invece si è impresso nella mia mente con una violenza e un realismo tali da renderlo indelebile come un frammento di storia vera. Ancora ignoro che non è stato un sogno ma una visione del mio futuro, un incontro che avverrà sicuramente. Per questo il ricordo è così vivo, così reale. L’ho vissuto due volte ed il dolore è stato immensamente più grande che se fosse stato solo realtà.

Onirismo.

La notte non mi lascia mai da solo, c’è sempre un pensiero, un’idea, una visione distorta che raddrizza la realtà.
Di notte tutti gli amici vengono a me per consigliarmi, guidarmi, istruirmi.
Di notte c’è sempre qualcuno disposto ad aprirmi gli occhi per affrontare il giorno che verrà e gli sono grato per questo.
Entità oniriche.
Anche io sono come loro, altrimenti come potrei interagire con quell’universo ed avere quelle visioni della realtà in cui il mio corpo è costretto.

A letto, nudi, ci rotoliamo, abbracciamo, baciamo. Poi lei si ferma, mi guarda seria, spaventata e sussurra:
mi hanno attivato il by-pass
ma, come dico io che vuole dire … non sapevo niente
Si, hanno dovuto attivare il by-pass.
Non ho parole, nella mia mente si forma l’immagine di una cicatrice che le deturpa il petto, sfregiando la sua pelle, ma non so nemmeno di cosa stia parlando.
Quella che mi arriva è la sua paura, la disperazione impalpabile che non traspare dalla fisicità.
Ha una espressione molto bella ed è più giovane del solito ma lo sguardo è posato sulle lunghe distanze e l’occhio è immobile, scuro.
Le prendo il viso tra le mani, avvicino la mia fronte alla sua e le dico:
Dio, quanto sei bella!
La constatazione di questa verità mi apre al sentimento ed all’emozione che fa dilagare su di me tante di quelle lacrime che non lo credevo possibile.
Mentre singhiozzo e piango uno stupendo sentimento di gioia universale, continuo a tenere la sua testa vicina alla mia e mi perdo talmente nell’emozione, che mi sveglio.
Con dispiacere mi rendo conto di stare sognando, ma le lacrime sono vere, il pianto è vero e lei è bellissima come mai lo è stata.
Cosa vorrà dire tutto questo?
Poi torno da dove sono venuto, ricado nell’incoscienza e mi perdo nell’universo della mia mente che si prende cura di me per altre avventure nella notte onirica.
L’ultimo pensiero, sulla sgradevole sensazione causata dal cuscino umido di lacrime ed accompagnata dal bruciore agli occhi, ricompare al mattino, trasformando la realtà in dubbio.

Non sempre è Oro tutto quello che brilla.

Di notte vivo la mia vita da Mr. Hyde, perso nei meandri delle involuzioni del cervello, lande oniriche dove tutto è possibile, dove posso finalmente realizzare le mie aspirazioni e poi il giorno torno ad essere il Dr. Jekill, quello tranquillo, affidabile, l’eroe buono delle favole che si concludono sempre con: vissero felici e contenti, ma non è tutto. C’è una terza voce in me che ultimamente sta alzando sempre più il proprio tono e sta prendendo il sopravvento ed in quei momenti provo l’esaltazione dell’uomo invisibile per le potenzialità del suo stato ma anche la paura e la profonda tristezza per l’apparente condizione di inesistenza in cui si trova.
Sono il migliore, perché superiore agli esseri umani che ciarlano come comari, che non vedono oltre il loro naso ed ignorano lo spessore di tutto ciò che è tridimensionale per ridursi a condurre una vita piatta, costretti tra un paio di assi cartesiani, tracciando grafici, onde sinuose o cerchi ossessivi, dove tutto ciò che è stato, sarà! E tutto si ripeterà nella frustrazione della quotidianità scandita dai medesimi ritmi.
Rifuggo da tutto ciò e vivo solitario ai confini del mondo conosciuto esercitando la mia abilità, la mia arte, il mio linguaggio ed il grande bisogno che ho di Aurelia.
Lei è uno spirito libero, un elemento della natura che niente e nessuno può afferrare. Posso seguirla, stare al suo fianco, al suo passo e condividere il tempo e lo spazio, ma sempre relegato al vincolo temporale che mi racchiude tra le sue parentesi.
E’ sempre pronta e ben disposta all’accettazione della fugacità dell’attimo, pronta ad afferrarlo come la mano il grappolo nel mese della vendemmia ed anche io sto cominciando ad adattarmi, a non aspettarmi concessioni o compromessi.
Lei è musa ispiratrice e pubblico osannante, anche se ora, nel mio profondo albeggiano linee di violenza ed intolleranza di cui voglio liberarmi, ma che tendono a trascinarmi nel buio sconosciuto della ribellione contro tutto e tutti, contro ogni forma di istituzione, di società, di banalità.
Dal nero della bandiera che veglia sul mio sonno vedo la A di Aurelia, sempre più grande, sempre più rossa, come il sangue delle persone a cui sto per usare violenza.
Ma è giusto usare la bomba per affermare un’idea? E’ giusto combattere, anteponendo il mio ideale a quello degli altri? E’ giusto … ma cosa vuole dire giusto, non so più.
Afflitto dalla Melancolia, dalla solitudine dell’emarginato e dalla mancanza di Aurelia, il desidero di porre fine alla vita è grande ma il pensiero è stupido.
Porre fine alla mia vita o a quella degli altri?
Ripercorro i miei passi nell’ombra, per strade e vicoli poco raccomandabili, corro e mi affanno nella speranza di arrivare in tempo a disinnescare la mia creatura, il mio ideale reso concreto dalle leggi della chimica, la mia forza distruttrice, la mia rabbia.
Mentre la stringo forte al petto con l’amore del padre per la figlia, la deflagrazione arriva inevitabile scomponendomi in ammassi cellulari informi, lanciandomi con rabbia contro la parete, stampandomi su di essa. Un graffito grande una intera galassia. Ora sono universo, ammasso di stelle, carne e sangue.

19 luglio 2006 – 11 novembre 2006

Via Lattea

Disegno personale (poesia geroglifica)

Nella vita passata ero un
cartiglio con il mio nome,
l’effetto era strano,
mentre lo stringevo nella mano
ero in mio potere,
per liberarmi aprii la mano
e lo lasciai cadere.

Caddi disteso sulla sabbia del
tempio,
la lettera cuneiforme s’infisse
nel dito medio,
quello del comando,
c’erano tavolette ovunque
che parlavano da lontano,
mentre cavalcavo la spirale
del tempo,
ancora mi tenevo in mano.

Il risveglio avvenne nel corpo,
tatuato, quello piccolo
di un bimbo ancora non nato,
odoravo di latte e assenza,
attorno solo notte e stelle,
le balie delle tenebre son le più belle
e suggevo avido dal capezzolo irto
il latte della notte
dalla Via che abbevera le galassie.

12 febbraio 2019